Trapianto di cuore: un esame del sangue potrà ridurre alcune biopsie?
Lo studio HEARTBiT valuta un biomarcatore transcriptomico per riconoscere il rigetto cellulare acuto con un prelievo di sangue.
SCOMPENSO CARDIACO
Dr Luca Testa
10/16/20263 min read


HEARTBiT è un test transcriptomico del sangue studiato dopo trapianto cardiaco per riconoscere il rigetto e potenzialmente ridurre alcune biopsie.
Perché dopo un trapianto servono controlli così frequenti
Dopo un trapianto di cuore, il sistema immunitario può riconoscere il nuovo organo come estraneo. Per questo i pazienti assumono farmaci immunosoppressori e vengono sottoposti a controlli regolari per individuare precocemente eventuali episodi di rigetto. Una delle forme più importanti è il rigetto cellulare acuto, dovuto soprattutto all’attivazione dei linfociti T.
La biopsia endomiocardica, eseguita introducendo un piccolo catetere fino al cuore per prelevare minuscoli frammenti di tessuto, rimane uno degli strumenti di riferimento. È però una procedura invasiva e, soprattutto nei primi mesi dopo il trapianto, può essere ripetuta molte volte. Da anni la ricerca cerca test del sangue capaci di ridurre il numero di biopsie senza perdere sicurezza.
Che cos’è HEARTBiT
HEARTBiT è un biomarcatore transcriptomico: analizza nel sangue il livello di espressione di un gruppo di nove geni collegati alla risposta immunitaria. L’idea non è “vedere” direttamente il tessuto cardiaco, ma cercare un segnale molecolare che aumenti quando è in corso un rigetto cellulare clinicamente rilevante.
Lo studio pubblicato sull’European Heart Journal il 29 settembre 2026 ha valutato HEARTBiT in modo prospettico in quattro centri di trapianto. Il test è stato confrontato con la classificazione delle biopsie endomiocardiche rivalutate da un pannello centrale di esperti, così da avere un riferimento il più possibile uniforme.
Come è stato condotto lo studio
L’analisi principale comprendeva 336 visite di controllo in 117 adulti trapiantati di cuore. L’obiettivo era identificare episodi di rigetto cellulare acuto moderato o severo, definiti secondo la classificazione internazionale ISHLT come grado 2R o superiore. I ricercatori hanno valutato le prestazioni sia nei primi 60 giorni, quando il rischio di rigetto è maggiore, sia nei mesi successivi.
La capacità complessiva del test di distinguere le visite con rigetto moderato-severo da quelle senza rigetto clinicamente rilevante è stata espressa tramite l’area sotto la curva ROC, o AUC. Un valore di 0,5 corrisponde a una discriminazione casuale, mentre valori più vicini a 1 indicano una capacità diagnostica maggiore.
I risultati principali
HEARTBiT ha raggiunto un’AUC complessiva di 0,78. Nei primi 60 giorni l’AUC era 0,78 e oltre i 60 giorni 0,80. Utilizzando la soglia prespecificata, la sensibilità era circa 89% nel periodo iniziale e 100% successivamente, con una specificità rispettivamente del 56% e del 49%. In pratica, il test era progettato soprattutto come strumento di “rule-out”, cioè per rendere meno probabile la presenza di un rigetto importante quando il risultato è rassicurante.
Gli autori stimano che, con questa strategia, più della metà delle biopsie di sorveglianza previste dal protocollo potrebbe potenzialmente essere evitata. Va sottolineata la parola “potenzialmente”: lo studio valida l’accuratezza diagnostica, ma non dimostra ancora che sostituire biopsie con HEARTBiT in una strategia clinica reale produca gli stessi risultati a lungo termine.
Un’analisi esplorativa su 31 partecipanti con misurazioni ripetute ha mostrato inoltre che i punteggi HEARTBiT tendevano ad aumentare nelle settimane precedenti un rigetto confermato dalla biopsia. È un segnale interessante, ma richiede una validazione prospettica dedicata.
Cosa potrebbe cambiare per i pazienti
Per chi vive con un trapianto cardiaco, una riduzione delle procedure invasive avrebbe un valore concreto: meno accessi procedurali, meno disagio e potenzialmente un percorso di sorveglianza più personalizzato. Un esame del sangue potrebbe essere utilizzato per identificare i controlli nei quali la probabilità di rigetto è molto bassa e concentrare le biopsie nei casi più sospetti.
Non siamo però ancora di fronte a un “addio alla biopsia”. Il test deve essere integrato con il quadro clinico, l’ecocardiogramma, altri biomarcatori e gli strumenti già disponibili. Inoltre il rigetto non è una singola entità: esiste anche il rigetto mediato da anticorpi, che richiede criteri diagnostici differenti.
Perché interessa la cardiologia interventistica e la medicina dei trapianti
La biopsia endomiocardica è una procedura transcatetere. Se biomarcatori affidabili riuscissero a ridurne il numero senza compromettere la sicurezza, cambierebbe l’organizzazione del follow-up e il carico procedurale per pazienti e centri. Questo rende HEARTBiT un esempio concreto di come diagnostica molecolare e procedure cardiovascolari possano diventare complementari.
Lo studio è particolarmente interessante perché include anche la fase molto precoce dopo il trapianto, un periodo nel quale i test molecolari già utilizzati hanno avuto storicamente meno dati di validazione.
Limiti dello studio e conclusione
Gli episodi di rigetto moderato-severo erano relativamente poco frequenti, quindi le stime di sensibilità e specificità hanno margini di incertezza. Alcune analisi longitudinali erano esplorative e non facevano parte dell’obiettivo primario. Inoltre lo studio è stato condotto in centri specialistici e l’uso del test in una strategia assistenziale completa richiede ulteriori validazioni.
HEARTBiT è quindi una tecnologia promettente, non un sostituto automatico della biopsia. Se tu o un familiare avete ricevuto un trapianto di cuore, la frequenza dei controlli deve essere definita dal centro trapianti. Qualsiasi nuovo test va interpretato all’interno di un percorso specialistico e non deve modificare autonomamente farmaci o appuntamenti di sorveglianza.
Fonti cliccabili
PubMed: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42806767/
DOI / pagina dell’editore: https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehag751
Fonte primaria verificata: https://academic.oup.com/eurheartj/advance-article/doi/10.1093/eurheartj/ehag751/8843755
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